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Perchè sappiamo ma non agiamo?

Ambientalismo e razzismo sono una lotta per un’unica causa

Una domanda che mi si presenta spesso, e che credo (anzi sono fervidamente convita) molti altri oltre a me si pongano, è come mai, nonostante oramai tutti siamo consapevoli delle conseguenze dei nostri atteggiamenti di noncuranza, nei confronti dell’ambiente, non facciamo niente per cambiare le nostre abitudini comportamentali. Anche se sappiamo che lasciare una busta di plastica sulla battigia comporterà che essa, prima o poi, finirà in mare e potrà uccidere animali marini, oppure contaminare i pesci che noi stessi poi compriamo e mangiamo insieme a familiari e amici, quella che potremmo definire pigrizia o abitudine ha la meglio, portandoci, passo dopo passo, busta dopo busta, sempre più vicini alla nostra rovina. Ecco, nato questo singolare quesito, cerco, come per tutte le domande della vita, di trovargli una risposta. Mi dico allora: forse non tutti agiamo, o comunque stiamo cominciando a farlo solo adesso perché, per quanto sappiamo cosa accadrà, crediamo ancora avverrà in un futuro lontano? Oppure perché i disastri naturali che avvengono in diverse parti del mondo, come la desertificazione che sta rapidamente avanzando in alcuni Stati dell’Africa, il ciclone Fani o le diverse alluvioni avvenute in India nell’ultimo anno, ci sembrano ancora nemici distanti e lontani che non ci toccheranno? Invece, come si è già visto negli ultimi anni, diversi disastri ambientali hanno toccato il nostro paese: le sempre più forti perturbazioni che colpiscono, ad esempio, il Veneto, o la desertificazione che si sta man mano insinuando anche in Sicilia. Perché non proviamo ancora a cambiare direzione? - continuo pertanto a domandarmi. Forse perché noi italiani, in fondo, nonostante le conseguenze dei cambiamenti climatici che già si manifestano, stiamo ancora pressoché bene. Dunque, se veramente vogliamo che l’impegno per le problematiche ambientali sia sempre più forte e insistente, risulta necessario dare voce e ascolto soprattutto a coloro che subiscono maggiormente le conseguenze della crisi ambientale: quei popoli che sono stati sempre sfruttati dal suprematismo della razza bianca, dall’avidità di potere dell’uomo che lo spinge a usare alcuni paesi, più poveri e indifesi, come materiali “usa e getta”. Questo processo si manifesta in modo sostanziale con le multinazionali, che sfruttando la mano d’opera dei luoghi dove essa costa meno e dilapidando le risorse del territorio, mantengo i paesi sfruttati in uno stato di povertà che li rende di conseguenza più vulnerabili ai disastri ambientali e ai cambiamenti climatici. Ma l’uomo ha già molte volte dimostrato di saper mettere a tacere, quando vuole, ciò che non gli conviene. E in questo modo si giunge a quella che è per me una delle possibili risposte all’intricata domanda iniziale. È qui che entra in gioco anche il fattore razzismo, imprescindibile manifestazione della supremazia bianca. Il razzismo è sempre esistito come mezzo per giungere al potere e accrescerlo, per far passare inosservate certe crudeltà, che, se commesse su “quella razza considerata inferiore”, potevano avvenire senza alcun problema. Un esempio è la criminalizzazione delle persone di colore attuata negli Stati Uniti dopo la fine della schiavitù, volta a sfruttare il lavoro nelle prigioni, la quale ha plasmato una concezione di pericolosità dell’uomo non bianco che ancora oggi persiste nella nostra società. Il potere dell’uomo di condizionare chi lo circonda ha mantenuto la benda sugli occhi di ogni cittadino e, tramite l’ideologia razzista, ha fatto in modo che l’ingiustizia rimanesse “giustificata”. Sono proprio i popoli a cui non viene data voce e che continuano a essere discriminati e privati dei diritti fondamentali, i primi a subire le emergenze climatiche e ambientali, e dunque a volere affrontare questo problema. Pertanto, per non far affondare la barca che ci mantiene in vita, dobbiamo invece “affogare” le prevaricazioni su cui si basa la nostra società. Finché non cambieremo mentalità e non faremo lo sforzo, ognuno di noi nel suo piccolo, di analizzare con occhio critico i nostri pregiudizi e le nostre abitudini, in modo da “abbattere” quelle scorrette e “piantarne” di nuove, continueremo a silenziare le voci che invece dovremmo amplificare, e la nostra rovina, da noi stessi causata, sarà sempre più vicina e inevitabile. Perché è da noi comuni cittadini che deve partire il cambiamento. Come scrive nel suo libro J. S. Foer “la gente normale unì le forze per sostenere la causa generale”. Se faremo così, se ci uniremo e rivedremo il nostro modo di pensare, capendo finalmente che avere la pelle di un altro colore non vuol dire essere inferiore, che tutti abbiamo gli stessi diritti alla nascita, che i pregiudizi non sono altro che supposizioni dalle basi infondate, allora la nostra barca continuerà a navigare e noi saremmo forse riusciti a risanare la falde già aperte.

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